Rita Atria
- La redazione
- 30 mag 2025
- Tempo di lettura: 2 min

IN RICORDO DELLE PICCOLE RITA
Ogni 21 marzo – Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie – passa quasi inosservata. Mentre si celebra il minuto di silenzio per eventi internazionali o per figure altisonanti, per chi ha dato tutto pur di combattere Cosa nostra non c’è spazio, non c’è parola, non c’è memoria.
Rita Atria era una ragazzina di Partanna (TP), nata il 4 settembre 1974, figlia di don Vito Atria, pastore e affiliato a un clan mafioso locale, ucciso in un agguato nel 1985, quando Rita ha soli 11 anni . A 17 anni, dopo l’omicidio del fratello Nicola e la scelta coraggiosa di sua cognata Piera Aiello di collaborare con la giustizia, Rita si consegna al giudice Paolo Borsellino. Le sue deposizioni sciolgono la rete di omertà a Marsala, Sciacca e Partanna, ma quel cenno di speranza si spegne una settimana dopo la strage di via D’Amelio: il 26 luglio 1992 Rita si getta dal settimo piano di un appartamento romano, dove viveva in segreto, perché “senza Borsellino… lo Stato è morto anche per me”.
Eppure la sua storia non appare nei grandi palinsesti, non entra nei discorsi ufficiali. Il 21 marzo, quando le piazze si animano per un minuto di raccoglimento su tragedie lontane – per il Papa, per le vittime di guerre, per scandali di cronaca nera – delle vittime innocenti delle mafie si parla pochissimo. C’è chi ricorda Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, ma chi ricorda le tantissime piccole Rita che, lontane dai riflettori, hanno scelto la verità e ne hanno pagato il prezzo più alto?
Oggi, in pochissimi luoghi – un capannone confiscato a Calendasco, un parco giochi a Scordia, un’aula magna a Bologna – si trova un segno tangibile del suo nome. Ma il 21 marzo, mentre ci inchiniamo in un minuto di silenzio per grandi cerimonie, Rita non ha nemmeno il riconoscimento di un battito collettivo di cuori.
Questa giornata va riscattata: non come un obbligo formale, ma come un’occasione per alzare la voce. Per ogni minuto di silenzio dedicato ad altri, dedichiamone uno in più a Rita, a Piera, a chi ha rotto l’omertà senza chiedere nulla in cambio. Solo così potremo spezzare l’oblio e restituire valore a queste storie ormai abbandonate.
DUE DOMANDE PER PENSARE
Quante famiglie hanno visto sparire i loro cari senza che la collettività sentisse il dovere di fermarsi a ricordarli? Quante studentesse e studenti, indaffarati con i social e con il calendario delle commemorazioni, sanno chi fosse Rita Atria? Eppure le sue parole restano lapidarie:
“Prima di combattere la mafia devi sconfiggerla dentro di te… La mafia siamo noi e il nostro modo di comportarci.”



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